Hasse Artaserse

interpreti A. Zorzi Giustiniani, M. G. Schiavo, S. Prina, F. Fagioli, R. Bove, A. Giovannini 
direttore Corrado Rovaris
orchestra Internazionale d’Italia
3 cd Dynamic CDS 7715/1-3

Artaserse

Secondo il musicologo italoamericano Elvidio Surian, l’Artaserse di Hasse, inaugurato nel febbraio del 1730 al teatro veneziano di San Giovanni Grisostomo, segnò una svolta epocale nella storia dell’opera, ossia il trapasso fra tardo barocco e primo classicismo. Di certo fece un gran bene alla fama del compositore, del librettista Metastasio e del castrato Farinelli, le cui carriere europee decollarono proprio da qui grazie ai racconti del pubblico cosmopolita che affollava il carnevale lagunare. A un recupero moderno della partitura si erano finora opposti problemi tecnici, non ultimo lo stato caotico delle fonti. Il restauro operato da Marco Beghelli e Raffaele Mellace non li ha risolti tutti, ma ha consentito al Festival di Martina Franca di rimettere l’Artaserse all’onor delle scene (luglio 2012), e oggi a Dynamic di scodellarne la registrazione dal vivo su tre cd della durata complessiva di quasi tre ore.
Ricordando la stroncatura del direttore Corrado Rovaris a suo tempo stampata su un giornalone milanese, ci pregiamo di ribadire che fu una gran vigliaccata. Il suono qui dispiegato è di prim’ordine, pur scontando il vasto spazio all’aperto del cortile di Palazzo Ducale e un’orchestra raccogliticcia: archi moderni, oboi, fagotti e corni naturali, tiorba e cembalo. Il tutto a 415Hz e col maestro a lavorare per tre come oggi nessuno fa più, accompagnando alla tastiera recitativi e arie senza mai perdere di tensione agogica né di forza drammatica. E gran lavoro di fraseggio cantabile sulle linee dei violini, così strategico in questa musica di scuola “napoletana” dove perlopiù le parti reali sono solo due: violini unisoni e viole coi bassi.
Cast senza punti deboli con una vetta di eccellenza nell’Arbace di Franco Fagioli, il sopranista argentino ormai troppo affermato per necessitare di ulteriori elogi. Basti segnalare la sua aria “Parto qual pastorello” (track III/4): vertiginosa messa di voce iniziale e funambolici saliscendi di quasi tre ottave e mezza senza alcuna smagliatura di volume o di colore. Altro ruolo chiave l’Artabano di Sonia Prina. Più che con l’aria di baule “S’impugni la spada” — trapiantata dal Motezuma di Vivaldi come corpo estraneo per divistico capriccetto all’antica, però servita con foga scomposta nella coloratura (track I/7) — ella si fa apprezzare in “Pallido il sole”, gran scena di rimorso e delirio preceduta dalle rabbrividenti modulazioni di un recitativo obbligato (track II/18).
Prestazioni di buon rilievo offrono tutti i comprimari. L’infido Megabise (Antonio Giovannini) svetta con sicurezza e colore androgino in una tessitura molto acuta creando un piccante contrasto con la voce calda e ben timbrata della sua amata Semira (Rosa Bove), che infatti non vuol saperne di lui. Anicio Zorzi Giustiniani (Artaserse) e Maria Grazia Schiavo (Mandane) gestiscono con proprietà stilistica i loro ruoli non troppo brillanti. Errorucci di stampa nella tracklist e un corredo documentario che sarebbe eufemistico definire povero confermano il tradizionale disimpegno in questo campo dell’etichetta genovese.
Carlo Vitali

 

 


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