SPOLETO
[voce recitante] Didier Sandre
[direttore e trascrittore] Philippe Grammatico
[strumentisti] dell’Orchestre de Lyon
Sono anni ormai che ci si affolla al capezzale del Festival dei due mondi di Spoleto per spiare, da questo o da quel sintomo, se il malato è senza speranze, o se ha ancora qualche possibilità di guarigione. Sarà certamente un piccolo segno, ma lo spettacolino inscenato al Caio Melisso tra il 4 e il 6 luglio ci ha riportato con la memoria agli anni gloriosi, quando a Spoleto l’immaginazione teneva banco davvero.
Si è trattato di un dittico “per bambini”, con tante virgolette. La boîte à joujoux di Claude Debussy e l’Histoire de Babar di Francis Poulenc sono due opere poco praticate, forse anche perché rimane tutto da decidere il rapporto tra la musica e i racconti di riferimento, e tra questi e le le immagini che dovrebbero illustrarle.
A Spoleto la simpatica storia dell’elefantino che fa fortuna in città per merito soprattutto di “una vecchietta che adorava gli elefantini”, e che alla fine diventa re nella giungla in cui è tornato, è stata “risolta” con una voce narrante (quella del magnifico Didier Sandre, un attore prediletto per analoghe operazioni da Béjart e da Chéreau), che ha recitato i testi di Jean de Brunhoff, mentre sullo schermo passavano le illustrazioni del libro create dal fratello di Jean, Michel. La musica composta da Francis Poulenc per il pianoforte non è stata eseguita nell’orchestrazione “originale” (cioè approvata dall’autore) di Jean Françaix, ma in una nuova, più snella e gustosamente ironica versione di Philippe Grammatico, cioè lo stesso direttore d’orchestra che è apparso alla guida di un gruppo di livello egregio, proveniente dall’Orchestre de Lyon.
Questa formula, difficilmente contestabile, forse non proprio sul piano filologico, ma certamente sul piano dei risultati (gli ex bambini in sala hanno dato continui segni di divertimento e approvazione), è stata pari pari applicata a La boîte à joujoux, con qualche non lieve forzatura: Didier Sandre ha recitato – magnificamente, per altro – non un testo letterario (che non esiste, essendo questo lavoro di Debussy un “balletto per bambini”), bensì le didascalie dello spartito. Le immagini proiettate sullo sfondo (che hanno sostituito l’idea originale del balletto) erano le generiche macchie di colore, e non – almeno! – le illustrazioni originali di André Hellé per lo spartito edito da Durand E anche in questo caso l’orchestrazione “originale” di André Caplet è stata sostituita da un’ancor più gustosa, varia e intelligente orchestrazione di Philippe Grammatico. Tutto ci induce a pensare, insomma, per il Festival dei due mondi ci sia ancora speranza.
Guido Salvetti